Càpitano

Come se facesse caldo fuori e freddo dentro.
I sogni tormentati portano risvegli di freddo nel battere delle palpebre, nel muovere le labbra, nel formulare pensieri e frasi. Fai tutto, sorridi anche, ma c’è del ghiaccio nel sangue. L’aria entra nel naso tiepida ed esce gelata, un respiro d’inverno al contrario.
Non basta scaraventarsi sotto una doccia bollente appena alzati dal letto, per scaldarsi tra le vene.
Mi sarei voluta svegliare prima, evitare al buio dei miei occhi chiusi di vedere le luci di quella casa, di quelle persone, di quelle sensazioni di paura, violenza, solitudine, tristezza profonda.
Avrei voluto semplicemente aprire gli occhi e tornare al buio vero della stanza, quello tagliato dalla luce dell’alba tra le fessure della serranda. Mi sarei girata verso di te, sdraiato al mio fianco, di spalle. Non ti avrei toccato, forse solo sfiorato, mi sarei messa vicino alla tua schiena, rannicchiata allo stesso modo, e avrei iniziato a respirare seguendo il tuo ritmo. Mi sarei calmata e avrei tenuto il mio “dentro”  al caldo e al sicuro.
Invece ho continuato a dormire, lontana da te, dal tuo respiro; vicina a me, al freddo che mi porto dentro in quei giorni che capitano, dopo quelle notti che capitano.

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