Casa

Penso spesso alla tua casa.
Al rifugio che era, per me bambina e me adulta.
Arrivavo al cancello, salivo le scale di marmo e arrivavo al citofono.
Suonavo e attraverso la vetrata guardavo la tua porta aprirsi, il tuo viso sbucare e sorridere.
Potevo immaginare il tuo braccio che teneva l’altro capo del citofono e il dito che spingeva il bottone. Click il pulsante, Clack il portone.
Poi ancora le scale che portavano giù, al piano ribassato, queste le facevo di corsa, sempre – anche con le gambe corte e la poca sicurezza dei passi, anche con lo zaino della scuola che pesava.

Tu aprivi la porta e il profumo di casa mi accoglieva, nella luce gialla della piccola lampada con cui facevi le parole crociate, con gli occhiali con la catenella sempre persi qua e là – a che serviva, poi, quella catenella, se non la infilavi mai? – e la penna rossa aperta – sempre rossa, sempre aperta.
Mi abbracciavi e baciavi, la me ragazza o adulta spesso ti sollevava mentre tu protestavi ridendo: “Ci manca solo che ti fai uscire un’ernia!”.
Infilavo borsa e giacca sui piroli delle sedie di legno vicino alla porta – era tutto così vicino lì, tutto intorno e pronto ad accogliermi.
Il divano era di solito ordinato, con i cuscini ben allineati agli angoli – non ti ci sedevi tu, ti ci appoggiavi piano, appena appena – poi arrivavo io e finiva tutto per aria: “Ecco, sei arrivata te eh!”, e finiva a cuscinate – “Ahahah mi scombini i capelli Alice!”, quel movimento che facevi per sistemarli…

Il pranzo, la merenda, la pizza, il sughetto fresco, il succo di melograno, il succo d’uva, il brodo vegetale, le patate fritte, le carotine con la maionese, la pasta a lievitare nella dispensa, la Prova del Cuoco alla tv – “Nannaaa ha vinto la squadra del pomodoro” “Ah bene! … Oddio io per chi tifavo?” “Boh, non mi ricordo! Io per chi tifavo?” “Annamo bene”.

Il tavolo era incassato nel mobile della cucina, da fuori sembrava un cassetto lungo e quando lo si tirava fuori bisognava fare attenzione a non tirare troppo, altrimenti era meno stabile e quando ci si appoggiava la brocca dell’acqua si piegava un po’ – “Non ti appoggiare di peso sul tavolo!”.

Le vestaglie che avevi. Camicioni colorati e fiorati, con le maniche corte e la cintina in vita. Parannanza e via, eri pronta per metterti ai fornelli, a volte felice, a volte sbuffando – “Oggi non mi va, prosciutto e mozzarella?” “Adoro posciutto e mozzarella”.

Lo stanzino in cui mi nascondevo, buio e con la tendina che si muoveva e svelava sempre la mia presenza – dove altro potevo nascondermi in quella casa minuscola?

Il giardino con il brecciolino e i pini alti, con le calle bianche sul muretto e le bacche rosse tra i cespugli, con la fontana con i pescioni nel giardino accanto e noi bambini che tiravamo la mollica di pane di nascosto – poi dici perché erano più lunghe di me quelle creature.

I film sul divano, le chiaccherate, la scatola delle vecchie fotografie nel ripiano più basso della libreria, la manina di legno per grattarsi la schiena, la scatola con i dolci sul mobile scuro, i piatti appesi al muro, il solletico, la lotta sul letto.

E poi te. Con il viso sempre morbido, sempre accogliente, sempre casa. Il viso casa.

Mi manca avere un posto in cui rifugiarmi, un luogo sicuro in cui il tempo non passi, le preoccupazioni non entrino o prendano colori diversi non appena si varchi la soglia. I colori della tranquillità, dell’ascolto, della serenità, della pace.
Mi manchi tu, come l’aria.

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